Ogni giorno ci fingiamo più felici, e siamo più infelici. Ma non ovunque è così. Ed è semplice uscire dal circolo vizioso



E' raro che usi la parola FELICITA'. E' una chimera, anche perché, posto che vai, idea di felicità che trovi. Per noi, nei paesi considerati 'evoluti' l'idea di felicità è quasi sempre legata al denaro, a una gran quantità di denaro. 'Certo non rende felici ma aiuta', nessuna espressione fu più lontana dalla realtà. 

Vorrei che tutti un giorno fossero ricchi, ricchissimi, stra ricchi. Allora capirebbero che ricchi o poveri, i raffreddori si prendono, gli amori finiscono, se non ci si ama si vive male. Ci sono i ricchi, li vediamo, anche Principi, Principesse, re e regine. Non mi paiono per nulla esenti dai dolori, da sofferenze, dalla morte, o da altre disgrazie o ritenute tali.  Felicità in altri paesi è trovare acqua pulita da bere, riuscire a trovare in una discarica ciò che serve, una sniffato di colla... 

Insomma, noi uomini abbiamo fatto della felicità una chimera, un qualcosa di irraggiungibile. L'abbiamo mercificata nella misura direttamente proporzionale al nostro grado di 'sviluppo sociale'. Per questo parlo e scrivo sempre di SERENITA'. La serenità è un concetto meno connotato da elementi materiali. E' già un'idea di interiorità, di capacità di adattarsi, di cambiare, di vivere bene, perché lo si vuole, e perché si coltivano percorsi. 

Innumerevoli ricerche - noi ricerchiamo e misuriamo tutto -hanno dimostrato, anche scientificamente, che le persone sono più (felici?), serene, nei paesi in via di sviluppo. Si, proprio in quei luoghi dove ci si veste come si può, si mangia quel che si può, non si fa shopping, non c'è la tv via cavo e neppure l'iphone 6. Ecco li sono più sereni e felici di quanto lo siamo noi. 


Come si spiega? Intanto la pressione e la competizione sociale che subiamo, e che generiamo e infliggiamo in un circolo vizioso, è mille volte quella che subiscono nei paesi ritenuti 'arretrati' (ma lo saranno davvero?). Ogni giorno, dal momento in cui ci alziamo e ci vestiamo in base a come gli altri vorrebbero vederci o pensiamo vogliano vederci, passando per le varie maschere che indossiamo sul lavoro -dove dobbiamo essere i più smart, perfomanti, vincenti- sino alla sera, quando tra una sigaretta e uno Spritz, (si come se fossimo dentro uno di quegli spot che giorno dopo giorno, come la goccia sulla pietra, modificano il nostro essere, le nostre percezioni, fino a plasmarci nel prototipo dello stereotipo), ci 'consoliamo' con blande sostanze psicotrope... 

ECCO NON SIAMO MAI NOI STESSI. 
Siamo totalmente presi dal ruolo che ci siamo dati, che ci hanno dato o che pensiamo gli altri si aspettano noi si abbia...E se ci capita di essere noi stessi, veri, di manifestare ciò che veramente sentiamo, ecco che percepiamo di aver svelato la nostra vulnerabilità, e magari lo percepiscono anche gli altri, che non perdono occasione magari per farcelo notare con qualche affondo che ci fa pensare MAI PIU!, e ci fa vivere sul chi va là. Indubbiamente siamo riusciti a creare un sistema 'vita' che più che agevolarci ci affossa, e ci rende l'ufficio complicazione affari semplici'.

Non è così importante. E' tutto molto più semplice. La vulnerabilità è un prezioso dono, che non va nascosto, ma mostrato. E prima di tutto accettato. 

Omologarsi, sembra favorire i nostri rapporti, ma alla fine, siamo soli in mezzo a un fiume di persone. Molto più soli che nel deserto. Tutti recitiamo una parte e...cosa rimane? 

In fondo l'erba del vicino sembra sempre più verde'. Certo. 

Quando senti parlare qualcuno, tutto va sempre bene, le coppie sono tra felici, i figli sono favolosi, davanti a casa c'è l'ultimo modello di macchina... 

In realtà è azzeccato l'incipit di uno dei romanzi più importanti del nostro patrimonio letterario: 'Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.' 

Il dolore esiste, per tutti. Non è mio, non è suo o loro, è di tutti. E ci accomuna tutti. Il dolore esiste. Facciamo a gara a nascondercelo l'un l'altro, e alla fine ci crediamo: crediamo che gli altri siano veramente felici. E cosa facciamo, certo non possiamo essere i poveri, gli sfigati, quelli a cui tutto va male. E così fingiamo di essere felici a nostra volta. E gli altri, quelli che ci sembrano così felici - e che in realtà soffrono come noi- vedendoci, rilanciano. 

Una moltitudine di gente che si finge ciò che non è, generando - e questo è assurdo non trovate - ancor più dolore ed infelicità, simulando l'esatto contrario.
Se tutti fossimo sinceri con noi stessi e con gli altri, capiremmo tanto, e la qualità della nostra vita migliorerebbe. Non perché 'mal comune mezzo gaudio', ma perché sarebbe ancora più chiaro che siamo un unica cosa. 



Come la piccola onda che invidia l'onda più grande. Com'è bella, potente, maestosa. Ma questa è un'osservazione superficiale. 
Tutte le onde, maestose o meno, sono fatte di acqua. Sono parte di un tutto, del mare. 

Siamo onde, che si inarcano, si dimenano, e che perdono di vista la cosa più importante: siamo parte di un tutto. 



In questo post, scritto di getto, ci sono migliaia di spunti meritevoli di approfondimento. Non credo neppure di essere stato esaustivo, o di far breccia in una società di uomini abitudinari, che preferiscono una brutta abitudine ad un salto nel buio verso una novità. Potremmo vederlo come canovaccio dove trovare spunti da sviscerare. Niente di ampolloso o prolisso...In fondo E' TUTTO MOLTO PIU' SEMPLICE ^_______^
#muchlove
Nicola

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